Marco Coradin     

 

 

Antonio Coradin, in arte Corradini

scultore di Este (1668-1752)

di Marco Coradin

 

 

 

 

Le bestie non si contentano, nè si pascono d'opinioni e di fantasie; ma di ciò ch'è presente, palpabile

e in verità. La vanità è stata data per sua porzione all'Uomo; egli corre, strepita, 

mette sozzopra, fugge, caccia, prende un'ombra, adora il vento.

PIERRE CHARRON, La vanità e la debolezza (da De la sagesse, trad. it. di Gianbattista Pasquali - 1768)

 

 

 

Antonio Coradin (1668-1752) di Este, scultore prima barocco e poi neoclassico, in arte Corradini

Figlio del facchino Bernardo Coradin e di Giulia Gatolin, si trasferisce a Venezia nella bottega di Antonio Tarsia per imparare l’arte e compiere le prime opere. Nel 1721 diventa scultore ufficiale della Serenissima, lavorando anche per il magistrato del Sale. Successivamente si trasferisce a Vienna (dove diventa scultore di corte), a Dresda, a Praga, a Roma (dove, già vedovo, probabilmente perché a corto di denari, prende la tonaca dell’ordine di San Filippo Neri, conosce Giacomo Stuard pretendente al trono d’Inghilterra e lavora per il cardinale Neri Corsini in funzione della chiesa di San Rocco a Lisbona in Portogallo). Successivamente si risposa e si trasferisce a Napoli al servizio di Raimondo di Sangro principe di Sansevero, nella cui casa muore, probabilmente avvelenato (1).

Contro la tradizione, recentemente don Bruno Cogo sostiene in un libro che Antonio Corradini non sia figlio di Bernardo Coradin, facchino plebeo di Este, ma sia nato col nome di Antonio Gio Batta da Girolamo Corradini e una certa Barbara, 20 anni più tardi a Venezia (2). Tuttavia le sue argomentazioni, seppure documentate, non sono suffragate, com’è ovvio, dalla prova del DNA. In più c’è da dire Corradini non si definisce mai scultore “veneziano” (cioè discendente da una famiglia patrizia o plebeo nativo della città di Venezia), ma “veneto”, quindi plebeo di terraferma, o forse indoeuropeo. Egli ha avuto solo il neo morale di darsi, o accettare da altri, un nome d’arte che gli ha fatto rinnegare le sue radici vergognose e plebee per nobilitarsi per vanità e rendersi degno delle corti europee presso cui ha lavorato. Uno cioè che dal niente ha fatto fortuna per merito e talento d’artista, ma dalle scelte di vita moralmente poco edificanti.

 

NOTE

(1)   cfr. R. VODRET ADAMO, Corradini (Coradin) Antonio, in Dizionario biografico degli italiani, XXIX, Roma 1983, pp. 327-332.

(2)   cfr. B. COGO, Antonio Corradini scultore veneziano (1688-1752), Este (PD) 1996.

 


 

 

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