Marco Coradin     

 

 

Per Stato e tabù (*)

di Marco Coradin

 

consigliere provinciale delle Acli di Padova 

 

 

 

Egregio Direttore,

         ho letto domenica scorsa [ndr. 11 febbraio 2007] il contributo culturale di Ferdinando Camon sul perché la Chiesa deve reagire ai DICO, che non condivido pienamente. In particolare, m’interessa mostrare il mio dissenso rispetto alla descrizione fatta da Camon circa la funzione giuridica dello Stato [1] italiano, che mi ha preoccupato non poco. Per cui non desidero schierarmi nel dire se il diritto di natura si applica sempre o si applica solo quando fa comodo per legittimare il valore fondamentale dell’istituto del consorzio familiare [2] in cui – tra l’altro - credo anch’io, quasi che una convivenza di coppia - che, per usare il linguaggio della CEI di tre anni fa, è anch’essa una comunità degli affetti e del riposo dove si svolge la vita personale degli uomini a cui, col lavoro, devono guardare le parrocchie di nuovo missionarie all’interno del territorio nazionale [3] - non si basi ugualmente sul diritto di natura e, così facendo, non contribuisca essa stessa e nel suo piccolo, indipendentemente dalle Istituzioni che la negano, a sostenere la civiltà molecolare dell’amore. Una coppia stabile, cioè, vivendo di fatto la sua relazione d’unione nello stato di natura, non era finora riconosciuta e regolamentata civilmente dallo Stato italiano, per cui viveva nella libertà negativa e senza diritti, ma, mancando una legge positiva, non certo nella condizione d’irregolarità [4].

Non m’interessa, dico, unirmi al già partito coro di voci pro o contro la radice catara dell’amor borghese occidentale [5], fermo restando che l’articolo 1 del ddl Bindi-Pollastrini istituisce ove fosse necessario, ovvero ribadisce e riconosce la presenza di un tabù sociale che è importante per l’Italia intera, quando afferma tra le righe che non possono dirsi convivenze tutelabili dalla nostra Repubblica quelle (anche potenzialmente) incestuose. Si tratta infatti di un tabù [6], già riconosciuto socialmente da tutti e perseguito dal nostro codice penale come delitto contro la morale familiare [7], che finalmente eleva le nostre coscienze soffocate dall’oscura immanenza della materia, cioè dalla religione descritta da Bataille in cui la ragione della disperazione genera mostri [8], verso la dignità civile, sessuale e culturale di uomini [9] e cristiani dalla spiritualità più ossigenata e verticale [10]. Questo tabù, infatti, è per i cristiani un katechon [11], frena la dissoluzione dei costumi tanto quanto il regno sociale dell’Anticristo [12].

Dicevo, tralascio queste cose perché preferisco soffermarmi sul ragionamento che ha fatto Camon circa la natura dello Stato italiano, almeno per quanto riguarda la sua funzione in merito al diritto. Egli dice: “il matrimonio religioso è una unione a tre, il matrimonio civile è una unione a due e la convivenza non è una unione, ma un “vivere insieme” di due singoli. E’ per questa ragione che il matrimonio religioso è indissolubile: perché ognuno dei due è unito ad un terzo elemento, eterno e immodificabile, collocato fuori dalla coppia” [13].

Ora, la questione è subito detta: che, se diamo validità agli elementi di questo suo ragionamento, si deve dire al massimo che il matrimonio religioso è un’unione a quattro e quello civile a tre nel senso chiarito, però, secondo cui né Dio né lo Stato, partecipandovi come testimoni, scendono a patti con gli altri due. Ovvero sia nel matrimonio civile che in quello religioso c’entra come garante lo Stato italiano, che adesso entrerà pure, con il suo alto patronato, nelle coppie di fatto. Per cui, il ragionamento di Camon mi preoccupa non poco perché sembra escludere l’esistenza di quella massima Istituzione che è lo Stato, il cui scopo è riconoscere la validità dei patti e di creare, col suo ordinamento, il diritto positivo in genere. Egli, infatti, escludendo lo Stato dal matrimonio religioso, sembra negare vigenza al diritto concordatario tra Stato e Chiesa che è stata una conquista dei pontificati di Pio XI e Giovanni Paolo II [14], mentre escludendolo addirittura dal matrimonio civile, sottintende quasi che due facciano il loro patto d’unione solo di fronte a se stessi - com’è in genere nel regime matriarcale [15] contro cui, tra l’altro, è nata proprio la concezione moderna del potere e dello Stato - e che quindi si espongano alla possibilità d’avere interessi in conflitto reciproco non altrimenti redimibile da quell’arbitro giuridico che, invece, è proprio l’istituzione statale.

Per cui, Ferdinando Camon sembra ragionare astrattamente, come se in Italia vivessimo in una situazione extracivile ed extragiuridica, cioè ammette o l’esistenza sociale di una situazione esclusivamente naturale e quindi, allo stato di fatto, già totalmente rivoluzionaria o piduista o terrorista o mafiosa, oppure riconosce comunque la presenza di una pubblica opinione che, negando validità e funzioni allo Stato, si regga su questi presupposti, eversivi o degenerati anch’essi. Infatti, la ragion politica è, in definitiva, questa: che lo Stato non è l’analogo mortale della Chiesa, ma di Dio. Per cui, in Italia quando ci si sposa davanti ad un prete o anche in comune, si contrae matrimonio che interessa Dio come lo Stato. Ma pensare oggi altrimenti, mi preoccupa e mi fa inorridire tanto quanto un’eliminazione totemica.


(*) Riprodotto quasi integralmente col titolo "La funzione giuridica dello Stato per i Dico" ne “Il Mattino” di Padova di lunedì 19 febbraio 2007.

 


[1] cfr. P. PORTINARO, Stato: un tentativo di riabilitazione in AA.VV., Lo stato dello Stato. Riflessioni sul potere politico nell’era globale, a cura di O. GUARALDO e L. TEBOLDI, Verona 2005.

[2] cfr. GIOVANNI PAOLO II, Familiaris consortio, Roma 22 novembre 1981.

[3] cfr. CEI, Il volto missionario delle parrocchie, 30 maggio 2004.

[4] cfr. T. HOBBES, Leviatano o la materia, la forma e il potere di uno Stato ecclesiastico e civile, a cura di A. PACCHI, trad. it. di A. LUPOLI, M.V. PREVADAL e R. REBECCHI, Roma-Bari 2005; J.J. ROUSSEAU, Contratto sociale, trad. it. di G. AMBROSETTI, Brescia 19847.

[5] cfr. D. DE ROUGEMONT, L’Amore e l’Occidente, trad. it. di L. SANTUCCI e M.G. MERIGGI, Milano 1977.

[6] cfr. C. TURCKE, Violenza e tabù. Percorsi filosofici di confine, trad. it. di U. COLLA, Milano 1991; S. FREUD, Totem e tabù e altri saggi di antropologia, trad. it. di C. BALDUCCI, C. GALASSI e D. AGOZZINO, Roma 1987; C. LÉVI-STRAUSS, Le strutture elementari della parentela, trad. it. di A. M. CIRESE e L. SERAFINI, Milano 1984.

[7] cfr. Codice penale, §. 564.

[8] cfr. G. BATAILLE, Teoria della religione, trad. it. di R. PICCOLI, Bologna 1978.

[9] cfr. C. RISÈ, Essere uomini, Novara 2000.

[10] cfr. CEI, Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo. Traccia di riflessione in preparazione al Convegno Ecclesiale di Verona 16-20 ottobre 2006, Roma 29 aprile 2005.

[11] cfr. 2Tess. 2, 6.

[12] cfr. G. FERRARI, La fabbrica dell’egoismo in T. HOBBES, La natura umana. Versione di Paul Tiry D’Holbach, trad. it. di D. MARANI, Milano 1995, pp. III-XVIII; E. LAMENNAIS, Parole di un credente, a cura di M. FANOLI, Milano 1945; PIO XI, Ubi arcano Dei, Roma 23 dicembre 1922; Fede e demonologia, a cura della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Roma 26 giugno 1975; GIOVANNI PAOLO II, Udienza Generale, Roma 20 agosto 1986.

[13] F. CAMON, Perché la Chiesa deve reagire ai DICO ne “Il Mattino”, Padova 11 febbraio 2007.

[14] cfr. AA.VV., Il “nuovo” Concordato. Studi, a cura di L. MISTÒ, Leumann (TO) 1986.

[15] cfr. AA.VV., Matriarcato e potere delle donne, a cura di I. MAGLI, trad. it. di F. MIONETTO, Milano 1978.

 

 

 

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